Claudio TARDITI

Non solo interpretazioni, ma anche fatti.
Note sulla critica girardiana al relativismo.

L’intervento proposto in occasione del convegno ad Arezzo ha come obiettivo una ricognizione della critica girardiana – già presente, sotto forma di spunti polemici, in La violenza e il sacro e in Delle cose nascoste, ma recentemente sempre più oggetto di ampie discussioni, come quelle svolte negli ultimi anni con Gianni Vattimo1 - al relativismo e al nichilismo contemporanei. Com’è noto, questa critica è diretta essenzialmente contro due importanti correnti culturali contemporanee, nate in Francia ma diffusesi anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti: lo strutturalismo e il decostruzionismo. In questo breve intervento vorrei occuparmi in particolare dei rapporti tra Girard e il decostruzionismo, considerando alcuni dei numerosi riferimenti girardiani a Jacques Derrida. Se si esclude la valutazione positiva di Girard (contenuta in La violenza e il sacro) di uno dei primi testi di Derrida, La farmacia di Platone, la produzione teorica del “padre” del decostruzionismo - ma soprattutto le radicalizzazioni che di quest’ultimo sono state effettuate negli Stati Uniti - è considerata da Girard come il sintomo più grave della crisi mimetica contemporanea (o post-moderna); con una tagliente battuta, Girard spiega acutamente l’atteggiamento del decostruzionismo, autentico erede del pensiero strutturalista: “[…] lo strutturalismo e il post-strutturalismo diventano modalità ben più radicali di espulsione del contenuto. Esaltare il significato a spese del referente e il significante a spese del significato ha sempre lo scopo di demolire gli aspetti ancora positivi sopravvissuti fino a quel momento. Lo strutturalismo è un’eccellente analisi di cosa accade alla cultura quando l’esprit de contradiction prende il sopravvento. Lo strutturalismo è l’esprit de contradiction che si spara sul piede, mentre il post-strutturalismo è quel piede ferito, che prende in mano la pistola per sparare al corpo intero.”2

Il presente intervento procede secondo tre movimenti: a) breve “ricostruzione del decostruzionismo” e sua definizione nei testi derridiani maggiori; b) analisi delle argomentazioni girardiane contro il relativismo decostruzionista, incentrate sull’impossibilità della pretesa infinità dell’attività interpretativa e che tutte le interpretazioni di un testo – tutte di uguale valore – siano indispensabili (a tale proposito, e in riferimento al primo punto, cercherò di mostrare come la critica girardiana colpisca più gli epigoni di Derrida che Derrida stesso, che – almeno nelle opere maggiori - su questo punto è più cauto)3; c) tentativo di mostrare la dimensione decostruttiva (o decostruttrice) della teoria mimetico-vittimaria secondo due livelli concettuali: essa è in primo luogo decostruzione (operata dalle Sacre Scritture) del sacro violento, e in secondo luogo è decostruzione (operata dalla teoria mimetica stessa) della storia del pensiero occidentale come tentativo “satanico” di occultare la Verità evangelica.

In conclusione, propongo l’abbozzo di un percorso possibile: se si ripensa la decostruzione sottraendola ai suoi esiti più deteriori e alle sue derive, ponendone cioè (su suggerimento dell’ultimo Derrida) l’ispirazione originaria in relazione con la riduzione fenomenologica husserliana, è forse possibile chiarire la portata e la presenza di una dimensione decostruttiva (se non latentemente fenomenologica) nel pensiero girardiano. Derrida decostruisce ad infinitum, “la farmacia non ha fondo”, mentre Girard decostruisce per mostrare la Verità del messaggio evangelico, per rimuovere gli ostacoli che ricoprono il “fenomeno della rivelazione”. Si apre forse così la possibilità per ripensare lo statuto epistemologico della teoria vittimaria con e oltre Girard: dal “realismo scientifico” alla “fenomenologia”.

1 Cfr. ad esempio R.Girard-G.Vattimo, Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo, Ancona, Transeuropa 2006.
2 R.Girard, Il pensiero rivale, Ancona, Transeuropa 2006, p. 174.
3 In questa parte del saggio intendo inserire una breve considerazione sui rapporti tra Girard e il pensiero debole di Vattimo; sebbene quest’ultimo reinterpreti l’ontologia heideggeriana in senso kenotico, in definitiva Girard accomuna Vattimo al relativismo decostruzionista.